Il susumaniello è un’antica varietà di uva pugliese.
Era pressocchè estinta quando, a metà degli anni ‘90, nel corso di ricerche sulle origini del Primitivo e le sue relazioni con lo Zinfandel Californiano, ne scoprii l’esistenza consultando una pubblicazione del 1811, commissionata da Gioacchino Murat, cognato di Napoleone Bonaparte e reggente del Regno di Napoli.
I francesi avevano ordinato una ricognizione delle attività economiche condotte nell’intero Regno e due botanici erano stati incaricati di viaggiare ed elencare le uve coltivate nelle provincie pugliesi. Vitangelo Bisceglia in Terra di Bari e Oronzo Costa in Terra d’Otranto giunsero pertanto a compilare un vero e proprio “Catalogo dei vitigni coi nomi vernacoli provinciali”.
Tra le tante uve incontrate essi menzionavano il Susumaniello, Cusumaniello, Sumarello.
Mi adoperai subito per cercare questa uva attivando tutte le nostre relazioni con ricercatori, viticoltori, amici e dopo qualche anno giungemmo finalmente ad un vecchio vigneto in provincia di Brindisi, nel quale vi erano – alternati a blocchi di quattro filari – ceppi di Negroamaro, Malvasia nera e di Susumaniello.
Dalle microvinificazioni condotte per diverse annate, delle quali conserviamo ancora alcuni magnum, ci convincemmo del grande potenziale di questa uva a produrre vini eleganti e longevi. Fu così che piantammo il primo nuovo vigneto di Susumaniello nei pressi di Torre Guaceto e scoprimmo l’avvincente origine del suo nome…
La credenza popolare che ne legava l’etimo alla figura del somaro (somarello) sostenendo che l’uva venisse trasportata a dorso d’asino, o che avesse una elevata capacità produttiva assimilabile alla capacità “di carico” dei somari non ci convinceva affatto.
Pertanto da approfondimenti etimologici giungemmo a conclusioni assai più interessanti, ritenendo che le due denominazioni utilizzate volgarmente in provincia di Brindisi, ossia Susumaniello e Cusumaniello, trovino la propria radice in una divinità, adorata nell’antica Roma in quanto dispensatrice di piogge e fulmini notturni. Si tratterebbe del Dio “Summanus”, celebrato con rituali propiziatori nelle giornate del solstizio d’estate, appunto per favorire le giuste piogge per futuri raccolti abbondanti. Così come per la divinità del vino, Bacco, si tenevano le “Baccanaliae”, per Summanus venivano celebrate le “Summanaliae”, sacrificando un montone nero al dio folgoratore. Susumaniello dunque deriverebbe dal latino “sub summanaliae” che indica il periodo delle feste in onore di Summanus.
Le donne romane, per le feste di Summanus, preparavano delle apposite focacce a forma di ruota (forse le antesignane delle nostre friselle?), anch’esse chiamate “Summanaliae”.
Ciò spiegherebbe l’altra versione del nome dell’uva: “Cusumaniello” che deriverebbe da “Cum Summanaliae”, ossia “Con le focaccie per Summanus”.
Questa mia congettura originale è motivo di orgoglio, non tanto per la spiegazione in sé, quanto per aver restituito alla nostra civiltà un’uva che per delicatezza tannica, vocazione all’affinamento (i francesi dicono “elevage”), eleganza suprema tra le varietà pugliesi, anche nel nome deve giustamente incorporare un carattere “divino”.
